bankeriinfo@bankeri.it   

Francesco Bancheri lives and works in Rome, where he was born in 1978. After studying at the art school he graduated in scenography at the Academy of Fine Arts in Rome. He loves art, music, and more than anything, going around with his motorcycle.

 

Now

4.12.2018
from December 4th to February 2nd 2009 collective exhibition – “Dodici artisti per dodici segni” – MAC Maja Arte Contemporanea, via Monserrato 30 Roma – opening Tuesday December 4th at 6.00pm
15.12.2018
from December 15th to 28th – “Fast Art” – collective exhibition – Acronimo gallery via tripoli 3b Rome

 STARDUST

2018 – Bankeri meets Rolls Royce – PH. Giovanni De Angelis

POPRELIQUIA

2017 – Curva Pura – Roma

BoCS

2017

Friday, December 15, in the halls of the Monumental Complex of San Domenico, in Cosenza, there was the inauguration of the BoCs Art Museum, the Museum of Contemporary Art dedicated to the project of artistic residence. Inside the museum a “wolf” realized during the residence of October.

PH. Filippo Tommasoli

FACE 2 FACE

2017

The Face2Face book / catalog was presented, a collection of meetings, which took place over a period of 15 days, and which involved dozens of artists who interacted tirelessly with visitors. In my personal experience I have exchanged “bleating” and opinions with my guests talking about the Dolly sheep, a theme dear to me within the work production …

URBAN REACTION FIGURE

2017

Macro Testaccio – Roma

RI\CIRCOLI

2017

Galleria Triphè – Roma

DE FLORA ET FAUNA

2016

Palazzo Orsini – Bomarzo (VT)

MAAM

2014/2017

MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz – Roma

 

 

2015

INSIEME – opera del MAAM per CITTADELLARTE Fondazione Pistoletto (Biella)

MEZZAGALERA
Dream on/Dream off

2016

Ex carcere mandamentale di Montefiascone (VT)

PH. Giovanni De Angelis
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Quando lo spazio è limitato, i pensieri sbattono su i muri, spegnere la luce è l’unico modo per perdere lo spazio… Poi un cane divora sogni ti riporterà alla realtà.

PANEM ET CIRCENSES

2016

Sala Orsini di Palazzo Chigi – Formello (RM)

ANIMALS

2015

Atelier Livia Risi – Roma

OSSA, PARTENZE E VERGINI

2013

Galleria Fondaco – Roma

DOLLY

 since 2009

Textaul contribution / Testi

Meglio un giorno da leoni

(Pop reliquia – Curva Pura 2018)

Giorgio de Finis

Francesco Bancheri dipinge con la carta. Manifesti, giornali, riviste, vengono ridotti in frammenti, riportati alla loro realtà di segni, trame, colori, dove il senso e l’immagine originali solo di tanto in tanto si scorgono (quando “salva” un occhio o una bocca di donna). La peculiarità di Bancheri non sta nel medium, nella sua “passione” per le carte stampate (che pur è un tratto che gli appartiene), ma nella riflessione che sul medium egli, ossessivamente, ci propone. I suoi collage non sono solo fatti di materiali riciclati, ma sono e devono essere letti come una vera e propria “trasformazione” di questi supporti che servono a veicolare messaggi che l’artista detesta e contesta perché condizionanti, seducenti, omologanti, ingannatori, capaci di farci diventare gregge, addirittura un gregge di erbivori clonati. A cent’anni da pecora Francesco preferisce un giorno da leone; dilania, morde e ingoia tutto quello che la comunicazione di massa, la pubblicità, la società dello spettacolo, ci verrebbero far bere, riducendolo a brani, masticandolo e digerendolo (in un bolo di acqua e vinavil), dopo averlo scisso e ridotto ad un insieme di proteine e aminoacidi, con i quali ricostruisce le proprie immagini, fatte di pelle e ossa, luce e buio, colore e bianco, simili e diverse come sono le immagini che produciamo durante il sonno e quelle che creiamo in stato di veglia. Bancheri vuole svegliarci e ricordarci chi siamo, uomini, quella speciale forma di vita che nasce e inizia a dipingere le grotte nelle quali trova riparo, e non solo “consumatori” frustrati col carrello della spesa mezzo vuoto, in fila davanti alla cassa del supermercato (che non a caso è il luogo dove gli zombi si danno appuntamento in ogni horror che si rispetti). Arrivare all’osso (che un po’ mi ricorda quelli di cui si servirà Guarda La Luna, la scimmia di 2001 Odissea nello spazio che, per dirla con i versi di Queneau, “senza sforzo diventò / l’uomo e un po’ più tardi disgregò / l’atomo”), vuol dire lasciare la superficie, l’apparenza, per andare alla ricerca di una qualche verità nascosta, profonda, solida, guadagnando la possibilità di una nuova spina dorsale? O solo che tutto si riduce ormai a un banchetto crudele… al quale in troppi ambiscono di partecipare, e che spesso devono accontentarsi degli avanzi lasciati da pochi.

De Flora et Fauna

(Deflora et fauna – palazzo Orsini Bomarzo VT 2017)

Tommaso Cascella

Bankeri usa fare un catalogo anatomico di animali che conosciamo bene. Le sue “tavole” rappresentano la carne e l’ossatura della creatura. La carne è pittura – nel suo caso: collage pittorico – Il colore/vita è per ricordarci la bellezza e l’energia dell’animale rappresentato. Nel colore sono “immerse” le ossa bianche a ricordarci la finitezza del vivente. I suoi lavori sono di sapore didattico e volutamente infantile. La semplicità del segno ne esalta il messaggio in una grafica pop di potente efficacia. L’anatomia è quella dello scienziato che disossa il “reperto”. Reperto e non più leone, pipistrello o elefante. Allo scienziato interessa il funzionamento.
L’anima dell’animale, quella profonda e colorata, è lasciata al pittore e poeta.

 RI/CIRCOLI

(Galleria Triphè Roma – 2017)

Maria Laura Perilli

L’ artista utilizza la tecnica del collage, la ”poetica del frammento” che, sin dal 1900, ha lasciato un segno importante ed evidente. Non casualmente proprio ad Henry Matisse che utilizzava la tecnica del collage, raggiungendo i massimi livelli di creatività, il Moma di New York, nel 2015, ha dedicato una grande retrospettiva. Infatti Matisse ,padre del cut out, utilizzava carta che faceva dipingere prima ai suoi collaboratori, per poi applicarla, secondo il suo istinto, sulle tele. Nel caso di Francesco Bancheri, la carta proviene da fonti esterne, talvolta, da opere stesse dell’artista, che, una volta riassemblate, non delineano solo un nuovo profilo iconografico ma anche un nuovo significante. L’intento di Bancheri è dimostrare come il contenuto dei giornali, possa essere stravolto al punto di   comunicare un pensiero alternativo all’originale. Da qui si desume come con questa tecnica ad un processo di decostruzione segua un’azione di ricostruzione. L’aspetto della RINASCITA e della RIGENERAZIONE è presente totalmente nelle opere di Bancheri, sia in termini di esecuzione tecnica che di contenuti, soddisfacendo il concetto di eternità, da cui si deduce che opera è uguale infinito. Il collage ha sempre avuto una rilevanza sociale intercettando segnali di cambiamento. La carta rimane da sempre un materiale povero ed il suo utilizzo fin dal 900 ha rappresentato l’avanzata di nuove classi sociali. Oggi può essere strumento di denuncia del decadimento che stiamo attraversando, con l’idea di una futura rinascita e rinnovata lettura di ciò che ci viene comunicato spesso in modo fuorviante e mobbizzante. Questo è il messaggio che sottende i lavori realizzati da Bancheri 15 opere, che seppur visivamente hanno un portato emotivo differente, rappresentano un messaggio il cui file rouge è lo stesso: il tema del ”CIRCO”. La società di oggi, che vive una realtà preoccupante; è sottoposta ad una comunicazione fondata su argomenti superficiali utili a distoglierla dai problemi concreti. L’assemblaggio di Francesco Bancheri dimostra come i giornali non possano condizionare una mente lucida e libera. Attraverso la lettura, l’accumulazione, la reinterpretazione dei contenuti, l’artista, con il collage, presenta un punto di osservazione differente al pubblico. Da qui la metafora del Circo, nel quale Bancheri entra con le sue opere, come partecipante, non condizionabile e non ammaestrabile. Gli animali da lui creati sono persone facenti parte di un ‘Circo’ fatto di libertà, speranza e rinnovamento. I lavori sono suddivisi in due gruppi idealmente connessi per il loro contenuto. Al primo gruppo appartengono appunto animali protagonisti dell’arte circense ed il Colosseo spazio architettonico emblematico dello spettacolo. Quest’ultimo voluto da Vespasiano nel 72 d.C. e potenziato nell’attività da Tito diviene spazio privilegiato dalla strategia Adriana del panem et circenses utile a ricercare il consenso popolare attraverso la concessione di momenti di evasione collettiva. Alcune opere di questa serie delineano nuove figure mentre nel contempo altre compongono immagini astratte. La sintesi nel frammento di carta, raccoglie in sé, un mondo pieno di spunti e di elementi, sono tutti componenti di una storia che viene scomposta per poi essere ricomposta con un altro significato. La componente dell’imprevedibilità che nasce dal congiungersi dei frammenti cartacei, in Bancheri, inaspettatamente crea nuove forme di vita che si pongono dinnanzi all’osservatore in tutta la loro imponenza. L’effetto ottico di questi lavori assume una sua particolare forza tridimensionale quando si illuminano all’interno di una sala completamente buia. La luce rimanda all’idea della speranza e alla possibilità che in fondo ad un tunnel oscuro ci sia sempre uno spiraglio di rinascita. Nel secondo gruppo di opere viene presentata una serie di lavori in collage con un profilo che rimanda alla Pop Art. In tal senso è necessario chiarire il profilo storico del collage per poter comprende in maniera esaustiva il messaggio artistico e contenutistico che sottende ai lavori di Francesco Bancheri. Max Ernst artista surrealista realizzava opere in collage dove un aspetto particolare era la creazione di animali vicino a figure umane; una sorta di antropomorfizzazione. Il mondo da lui creato con l’uso della carta era surrealista, ed il fine era la creazione di una realtà che distogliesse dal concreto. In Bancheri il riferimento alla Pop Art rimanda all’idea di un’arte che vuole ritornare al territorio; l’utilizzo della carta non è solo quello di un ready made da sfruttare come simbolo di un’immagine consumistica ma qualcosa di più: i suoi animali e le sue figure sono concrete e non illusionistiche in quanto non vogliono distogliere l’osservatore dalla realtà, ma suggerire un diverso punto di osservazione nel guardare ciò che ci circonda. Opera interessante del secondo gruppo è il Fenicottero. Un animale affascinante che nell’induismo rappresenta colui che conosce la luce e l’anima che migra dalle tenebre alla luce.

Mezza galera

(Mezza Galera bordeaux edizioni -2017)

Maria Giovanna Musso

La cella di Francesco Bancheri è tappezzata da un grande collage fatto con brandelli di carta dai colori sgargianti. E’ una cascata orizzontale, un frastuono di colori, una scia violenta, un flusso di immagini chiassose, come quello delle pubblicità strillata sui muri di città. il flusso degli stimoli non ha soluzione di continuità, procede per accumulo, l’eccesso pornografico rompe l’isolamento, sollecita incessantemente i sensi e corre nello spazio, dai muri fino al letto, copre e sostituisce anche la finestra e le sue sbarre. Era l’unica quella finestra, da cui si vedeva uno scorcio di campagna, un po’ di cielo, e la prodigiosa pozza celeste del lago. Ora è offuscata, rappezzata con debordanti immagini, urlanti e oscene. quel vortice di segni, parole e immagini caotiche che per Simmel (1995) costituiva l’essenza della metropoli, non apre più spazi per la modernità né quelli, compensatori, all’interiorità. Al contrario ora li occlude, li satura, insinuandosi nelle fessure dell’esistenza a tappare ogni spiraglio. Il chiasso del mondo penetra in ogni anfratto, altera la veglia e il sonno, come se “tutta la lieve musica del senso sia passata nella stereofonia dei segnali che ci assordano (Baudrillard 1994).
Il disegno, anche se disarticolato, sagoma lo spazio seguendone il perimetro, si piega lungo i margini e rende gli angoli ancor più insopportabili. Gli spigoli sono la goccia che fa traboccare il vaso. Questo mondo appuntito è violento ha bisogno di essere redento. Perciò Francesco Bancheri ne ha creato un altro. Quando si spegne la luce, come per magia, scompaiono le pareti, svanisce la cella e, al posto della prigione, appare il firmamento l’immensa volta celeste si apre su di noi, zeppa di stelle che brillano nel blu. In questo cielo maestoso, malgrado tutto capace ancora di consolazione, non ci sono più angoli perimetri rumori. Qui vige un’altra musica che spalanca lo spazio della cella e lo distende nel respiro ampio della contemplazione. Rimane solo, alla base del collage, una figura, lo scheletro di un cane. E’ raffigurato nell’atto di strappare con i denti un lembo di quel nastro infinito, quasi a voler fare a brandelli quel caos colorato. Pensavo che sarebbe sparito, una volta al buio, che sarebbe finito avvolto dalle tenebre. invece resta lì, anche quando le luci sono spente, ad azzannare i sogni, ai piedi della notte.

Panem et Circenses di Francesco Bancheri aka Bankeri. Collage tra archetipi e utopie urbane.

(Panem et Circenses – Formello (RM) 2016)

Fabio Benincasa

Panem et Circenses è il titolo della nuova mostra di Francesco Bancheri (Bankeri) e che, a partire dal titolo, rende evidente il riferimento, anche polemico, al rapporto tra arte e società dello spettacolo. Il medium espressivo da tempo prescelto da Bankeri è il collage, diffusosi con le avanguardie storiche, tra Cubismo e Dada, e poi antologizzato in Italia soprattutto dai décollage di Mimmo Rotella. Ma al di là di questi facili e immediati rimandi storici, in Panem et Circenses è necessario comprendere cosa rappresenti il collage per l’artista romano. La natura del supporto cartaceo qui diventa la cosa più importante. I ready made di Bankeri sono basati su manifesti e ritagli di giornali e riviste, alludendo così a una decostruzione delle logiche debordiane della società dello spettacolo. Su questi materiali di partenza l’artista opera attraverso due vie solo apparentemente contrapposte. La prima è quella della ricostruzione a mosaico in una figura, spesso animale, anche se antropomorfizzata. È il caso della serie Dolly, ispirata alla nota pecora oggetto di clonazione, o degli scheletri che emergono magicamente dai contorni di figure animali domestiche o selvagge, dall’elefante al gallo, passando per il pipistrello. La figura animale rinvia immediatamente all’archetipo mitico, là dove invece il giornale rappresenta per sua stessa essenza il frammento, la confusione, il vociare scomposto di una quotidianità desacralizzata. La convivenza di elementi irriducibili ed eterogenei intercetta dunque un cortocircuito dell’immaginario tipico della nostra condizione contemporanea. Una lotta contro quella “parcellizzazione della quotidianità” che veniva giustamente rilevata da Barbara Martusciello nel testo critico Collages, unplugged ed elogio della lentezza in Francesco Bancheri che accompagnava l’importante personale Ossa, Partenze e Vergini, tenutasi a Roma nel 2013 e curata a Fondaco insieme a Francesca Marino e Flora Ricordy. Mentre il décollage rotelliano mantiene una forte carica pop, riportata alla coerenza dell’immagine spettacolare e alla sua iconicità che gli strappi invece di nascondere esaltano, Bankeri opera su una decostruzione dell’immaginario spettacolare che si traduce in una successiva ricomposizione formale. Nella sua serie degli scheletri, figure animali indubbiamente totemiche, il frammento si ricompone in un’unità che è quella di un archetipo figurativo, esattamente come le singole ossa finiscono per ricostruire una struttura coerente. Una seconda via di intervento appare nelle opere più recenti in esposizione, nelle quali l’artista romano approfondisce le componenti astraenti del suo linguaggio. Pur rimanendo evidente, la volontà di ricomposizione non si manifesta più sul piano del riconoscimento iconico, quanto nel caleidoscopio allusivo di forme astratte dal quale emergono di volta in volta dinosauri, uccellacci, lineamenti, parti anatomiche. Il gioco coloristico diventa più importante e il frammento acquista maggior autonomia rispetto alla composizione che comunque lo contiene. Al procedimento sintetico del periodo precedente, Bankeri sovrappone senza contrapporre un processo analitico che dissolve lentamente la figura proprio nel momento in cui la denomina. La logica è sempre più quella postmoderna della prevalenza del singolo elemento rispetto al totale, come se l’artista, in un procedimento archeologico volesse riapprodare alla libera volontà distruttrice delle avanguardie storiche. Alla logica spettacolare del manifesto pubblicitario si contrappone l’esplosione cromatica del singolo frammento di carta. È un procedimento decostruttivo che svela la violenza del meccanismo spettacolare senza però rinunciare, pur nel piacere ludico del colore, alla presa di posizione critica e artistica, come è evidente per esempio da Godzilla is back in town o King Kong r’n’r. Bankeri smonta la forma manifesto riconoscendone sia gli elementi formali sia quelli comunicativi e denunciandoli, senza però arrestarsi all’idea dell’objet trouvé di fattura avanguardistica che riporta l’oggetto di uso comune nell’esposizione del museo. In questo senso sono strategici alla comprensione dell’operazione artistica gli interventi murali esterni che l’artista ha realizzato per il DIF di Formello, museo diffuso nato per impulso di Giorgio de Finis. Il grande T-Rex colorato che campeggia su un muro della zona industriale di Formello e che rimarrà come patrimonio del DIF, riporta simbolicamente l’icona pubblicitaria al mito della sua violenza originaria. Il mito, come spiega Benjamin, non va solo narrato, ma anche superato, dunque l’artista intravede nel suo percorso la possibilità di un superamento delle logiche pubblicitarie, non solo nella ricomposizione formale-archetipica, ma anche in quella dello smontaggio nel dissolvimento del messaggio. Rimane dunque all’arte la possibilità di rovesciare il significato tramite i significanti pittorici. Se Godzilla è un mito cinematografico, industriale, il T-Rex che invade Formello è il suo specchio distorto, ma anche l’accenno a un’animalità radicale del desiderio liberata provvisoriamente dalla logica del consumo.

Collages, unplugged ed elogio della lentezza in Francesco Bancheri

(ossa, partenze e vergini – galleria Fondaco – Roma 2013)

di Barbara Martusciello

L’artista romano Francesco Bancheri porta nelle sue opere quel tanto di immaginazione scenografica che gli deriva sia dalla sua formazione – è diplomato proprio in Scenografia all’Accademia di Belle Arti – sia dall’esperienza professionale nel settore – attività nei laboratori e nella costruzione, progettazione di scene per allestimenti e scenografie teatrali fra le quali quella per la commedia in musica di Nicola Piovani e Alfredo Arias “Concha Bonita”– che egli modifica piegandola verso l’essenzializzazione. Egli impone ai suoi lavori una tempistica e una metodologia meticolosa che affonda le radici in un humus storico e d’avanguardia. Infatti, è il collage (termine che deriva dal francese coller, incollare) la tecnica da lui prescelta per creare i suoi quadri composti da piccoli pezzettini di fogli colorati di giornale incollati a dar forma alle sue immagini. Tale metodologia, da sempre, combina, su differenziati supporti, frammenti di materiali quali la carta, prima di tutto – di ogni tipo, da quella da pacco ai fogli di giornale alle veline, ai parati etc. – ma anche tessuti, legni, metallo, francobolli, banconote, lacerti diversi – cerini, plastiche, contenitori, pacchetti di sigarette, biglietti usati etc. – e anche fotografie. Questa moltitudine possibile, incollata – ma talvolta inchiodata, in caso di oggetti o resti più voluminosi – con paziente attenzione, dà corpo a composizioni di varia natura, sia figurativa che astratta. Nel caso di Bancheri, è il primo linguaggio ad essere quello d’elezione, seppure lontano dalla bella pittura manierata e dalla mimesi. Facciamo un lungo passo indietro, individuando la genesi del collage: già con l’invenzione della carta in Cina arrivò tale preparazione sapiente che rimase, però, alquanto rara fino a circa il X secolo in Giappone, quando i calligrafi usavano incollare le proprie poesie su superfici polimorfe; poi, dobbiamo attendere il XIII secolo in Europa per vedere la tecnica rifiorire, arricchita della foglia d’oro, unita nelle pitture e poi, intorno al XV e XVI secolo, nelle cattedrali gotiche, nelle icone e con l’introduzione anche di pietre dure e gemme impiegate nelle immagini sacre e negli stemmi. Da qui all’Arts and Crafts Movement e all’arte cosiddetta applicata il passo è breve ma la tecnica, in questo caso, usava altro materiale e assunse differenti connotazioni; fu poi scelta dagli artisti che agli inizi del Novecento orbitavano o erano grandi protagonisti della sperimentazione visiva – Braque e Picasso, i Futuristi, Dada, Bauhaus, i Costruttivisti, Aleksandr Rodchenko e le Avanguardie Russe, Max Ernst, Hanna Höch – e accolse anche la Fotografia, in particolare con George Grosz, John Heartfield, Raoul Hausmann, Paul Citroen. Braque adottò l’esercizio del collage nei suoi disegni a carboncino, e Picasso nella pittura sin dall’autunno del 1912 (con un pionieristico accenno nel 1899 in “Hombre apoyado en la pared”, evidenziato da Félix Fanés nella mostra “Un collage abans del collage”, 2012, al Museo Picasso, Barcellona): entrambi rientrano in una produzione che fu ribattezzata papiers collés anche se non era solo la carta a essere ritagliata e incollata ma anche pezzi di impagliature di sedie, ticket, carte da gioco, pacchetti di sigarette e di fiammiferi… Via via, infatti, la preparazione divenne più materica, con l’introduzione di vetro, rifiuti e objet trouvées, lamiere contorte di auto e persino scarti alimentari; esempi sono gli assemblaggi di Kurt Schwitters, o le opere del primo dopoguerra di Enrico Prampolini, che straripano di un’ampia gamma di elementi extrapittorici che dal secondo dopoguerra, con Alberto Burri, Robert Motherwell, tra i tanti, con il Neodada, il Nouveau Realisme e poi la Pop Art, assumeranno ancor più dignità artistica; il loro uso sarà massiccio e il collage sarà tra le pratiche perseguite, sino a generare anche decollages (Mimmo Rotella) e un’Arte che, sempre più, si farà e “si fa con tutto” (A. Vettese, “Si fa con tutto. Il linguaggio dell’arte contemporanea, 2010, edit. Laterza, Mi). Della nostra tecnica usufruiranno anche da Richard Hamilton a Jirí Kolár, dal Lettrismo alla Poesia visiva, dalla Mail Art a Ray Johnson, “il dio del collage” (Vittore Baroni, Castel San Pietro Terme, settembre-ottobre 2012), da Kara Walker a Christian Holstad; e tradendo legami con inconscio, sogno e sur-realtà (Alberto Savinio), palesando una congiunzione con la sinestesia (nelle tarde opere fatte di carte ritagliate dai colori sgargianti incollate da Henri Matisse), talvolta una poetica grottesca e patafisica (Enrico Baj), un certo poverismo; o una risoluzione metalinguistica (Mario Schifano), una colta lettura della Storia e dell’Arte (Pablo Echaurren) o dando corpo a rappresentazioni disincantate e cyberpunk (Gianluca Lerici, Prof. Bad Trip). Anche l’arte psichedelica (con, tra i tanti, David Singer, Alton Kelley, Bonnie MacLean, Graham, Randy Tuten) e specialmente le diversificate Controculture anni Sessanta e Settanta hanno avuto uno sguardo benevolo nei confronti dell’uso creativo del collage, perché esso è mezzo immediato, povero – ecco che il concetto ritorna –, alla portata di tutti, quindi democratico, ed è tra quelli più direttamente connessi al mondo e alle sue spinte movimentiste. Non solo: poiché adotta immagini prelevate dai media cartacei, e molte di queste attengono alla pubblicità, ai giornali e alle riviste, ecco che il collage si impone, oggi più che mai, come il veicolo più consono a restituire una realtà dominata dal bombardamento di immagini, di messaggi e notizie… Una ribellione a questo bersagliamento e a tale invasione è assolutamente prioritaria, nelle scelte di Francesco Bancheri… I suoi minuziosi Animali, i Viaggiatori e le Cassette dei mangianastri (protagonisti rispettivamente delle tre serie: Ossa, Partenze e Vergini) lo dicono a chiare lettere e, simmetricamente, confermano la resistenza ed efficacia espressiva del collages divenuto, per metonimìa, allo stesso tempo tecnica e oggetto da questa derivato. Bancheri costruisce le figurazioni usando carta rigorosamente di quotidiani: più precisamente, quei fogli a colori che sono quasi sempre inserzioni pubblicitarie. Adotta tutto questo come materia pittorica, seppure con una sua memoria mediale. Non è, cioè, interessato al prelievo di specifiche figure prestampate. Avanza, quindi, nell’applicazione dei frammenti di tali pagine colorate assestati come piccoli intarsi, o mosaici, che via via si daranno in maniera definita come nuove immagini “messe a bagno con l’umanità” (parafrasando Diane Waldman che in “Collage, Assemblage, and the Found Ob-ject”, NYC, Harry N. Abrams, 1992 ha citato la simile considerazione di Apollinaire a riguardo degli oggetti utilizzati nel collage cubista). Ognuna di quelle porta in sé qualcosa di lontano, legandosi alla memoria, spesso passando per retaggi infantili… Infatti, essendo prelievi di qualcosa di già visto e usato, è quasi inevitabile che essi prendano un’apparenza retrò, che, infatti, Bancheri rivendica. Egli, invero, come a voler rifiutare il rumore di fondo, sceglie – mi si passi l’analogia al mondo musicale – un registro unplugged. Che funziona. Ciò perché – egli ci mostra – la Società più attuale è (s)caduta verso l’eccesso, la ridondanza, l’apparenza, l’ansia per giungere a quei “15 minuti” di fama di cui parlava Andy Warhol: caratteristiche che, tutte insieme e spesso ad ogni costo, allontanano dall’essenza che Bancheri, moderno archeologo della carta stampata, ristruttura sminuzzando e attaccando per riportarla a galla (in superficie?)… Con il collage, quindi, il nostro artista ricerca queste qualità che sono prima di tutto del taglia-e-incolla e poi nella sua concezione di vita; quindi le liofilizza nella sua investigazione visiva, che analizza e restituisce certe atmosfere e un concetto poetico malinconico di chi patisce l’accelerazione ipermediale, l’invasione e la profusione delle immagini del nostro presente… Le partenze delle persone nella società di massa, per esempio, che dai Media si raccomanda siano “intelligenti”, ovvero a scaglioni e per orari lontani da quelli di punta, in cui tutti solitamente si spostano, creando spesso ingorghi e intoppi nella libera circolazione, diventano, nei quadri di Bancheri, spunto per viaggi immaginifici, con dirigibili fantastici, mongolfiere irreali, auto utopistiche, città immaginarie, transiti surreali(stici) in cui si percepisce una sinfonia atemporale. Anche processualmente parlando, il suo iter artistico ha a che fare pure con il Tempo, che inevitabilmente si dilata nella realizzazione delle sue opere: una presa di posizione politica, questa – nel senso nobile del suo significato – intesa a rivalorizzare la lentezza in un’epoca di velocità e di tirannide dei minuti. L’austriaco Hugo von Hofmannsthal considerò che “La pittura trasforma lo spazio in tempo (…)”: il collage lo fa più visibilmente. Con esso e in esso Bancheri trova un (suo) ritmo perfetto e a ritroso… Cosa ci fanno percepire, se non questo, le musicassette a nastro scrupolosamente riconsegnate sulla carta? O i ritratti degli animali come negli album per l’infanzia, i pesci che appaiono come quelli di certa grafica retrò o i velivoli che sembrano derivare da vecchie illustrazioni di libri? Tutto si manifesta, nella produzione di Bancheri, con un’agilità espressiva che non è sinonimo di facilità… Nulla è facile, nelle sue formalizzazioni, anche se può sembrarlo. Pure la fragilità delle sue figurazioni, così come, in generale, della stessa tecnica del collage è solo apparente. Ogni cosa è radicata nel posto che gli compete: il bianco, il nero, lo strano velivolo, la genteche guida macchine da retrofuturo, il razzo quasi da B-movie,le ali del pipistrello, i dentelli delle musicassette vintage… Le grandi e forti mani dell’artista diventano strumenti per minuzie che annunciano una giocosa leggerezza che serba contenuti consistenti; essi vanno alla radice e indicano che il percorso è quello che ritorna: all’originario. Non è tanto la malinconia, o il languore del rimpianto, quel che ci indicano le opere del nostro autore, ma un attraversamento nel territorio dell’immaginazione e della riformazione di un paradiso perduto, quello dell’innocenza e dell’essenzialità: “Dipingi il carattere essenziale delle cose.”, esortava il pittore Camille Pissarro; “Quello che è essenziale è perfetto.”, sosteneva Leonardo Da Vinci. Non a caso, gli animali resi da Bancheri – un cavallo, un elefante, un leone, un gallo… – nascondono un solido scheletro che, con un’ambientazione e illuminazione realizzate appositamente, si rivelano alla vista dell’osservatore. Sono ossa e come tali alla base e sostegno: sono quello su cui la corporatura poggia e si eleva e anche quel che resta dopo che il corpo non ci sarà più. Raccontano, anche, il meccanismo del balocco; o lo scheletro che i bambini scoprono se e quando devono: studiando l’anatomia a scuola o attraverso quelle mascherine da colorare o da ritagliare e montare… Sembrano proprio queste che Bancheri cita nella sua serie zoologica. In ogni caso, c’è poco da ridere…: quel gioco è, a suo giudizio, anche una disillusione che spezza l’incanto della fantasticheria portando il bambino verso una realtà che, abbiamo detto, l’artista considera (s)caduta, un vuoto a perdere; inoltre, quel che appare essenziale – per riagganciarci alla riflessione precedente –, cioè la resa quasi radiografata di quel che puntella l’anatomia umana o animale (insomma: le ossa), egli ci dice che no, essenziale non è. Un paradosso, questo, per determinare con piglio deciso che, invece,“l’essenziale è invisibile agli occhi” e lo si può recuperare più con il cuore (Antoine De Saint Exupery, “ll Piccolo Principe”) che con il cervello. La razionalità, a sentire Bancheri, è importante ma rischia di essere corrotta, nella sua lucidità, dalla sovraesposizione delle immagini popolari, del flusso di dati e dal mare magnum dei messaggi pubblicitari. Dunque non è la forma, pure accattivante, talvolta sgargiante altre più cupa e antichizzata, ad essere ricercata dal nostro artista romano, poiché il suo scopo è il processo che la determina. Così come non è la meta ma è il tragitto ad essere il traguardo del viaggiatore: così si evince anche più perentoriamente dalla citata serie delle Partenze. Allora Bancheri esamina con l’unico mezzo perfetto per rimandare alla parcellizzazione della quotidianità analizzando la possibilità di una riunione in un tutto primordiale da cui, evidentemente, passa un recupero della poetica del frammento: nel suo caso, più d’uno, al plurale, che corrisponde a pezzi di passato. In questo salto spazio-temporale all’indietro – o in avanti, secondo certe teorie fisiche o filosofiche – egli ritrova, e ci fornisce, gesti che selezionano, prelevano e riordinano carte ricostruendo, attraverso i suoi quadri e con le sue grafiche, istanti, luoghi e atmosfere in cui c’era una vita forse meno tecnologica e supermediale ma anche meno saturata di involucri, feticci, falsi idoli, bisogni e desideri indotti…: tutto a rischio di smagnetizzazione, forse, come accadeva alle vecchie musicassette, ma non hackerabile né attaccabile da virus.

Inizio e fine

(Making Off – TestaccioLab 2009)

Melania Rossi

Cercare il movimento che la luce imprime in ogni attimo, fermare quell’istante e cercarvi un significato che vada oltre l’estetica della posa e dell’inquadratura, che si mostri immobile nella sua irripetibilità. Indagare i volti dell’uomo senza renderlo immortale nel ritratto, privandolo anzi della sembianza sua propria, fino ad antropomorfizzare oggetti inanimati. Ecco come prendono vita Inizio e fine e Strike, i due cicli pittorici di Francesco Bancheri.L’arte scompone il flusso del tempo in fermi immagine, l’artista sceglie un momento esatto, reale o immaginato, tra quello scorrere infinito di momenti e gli attribuisce così densità di significato, sublimandone la ragione d’essere. Francesco Bancheri si fa spettatore di un divenire di forme in movimento e le rappresenta con la velocità con cui si presentano davanti agli  occhi. Non aspetta che l’immagine si posi e ci rassicuri ma la riporta in tutta la sua instabilità, nel suo essere breve attimo destinato a scomporsi. Dall’osservazione di una danza nascono le tele di Bancheri; due ballerini si sfiorano appena o si afferrano con forza, si sostengono o respingono, rivelando incontri e abbandoni di anime che si cercano e danno vita a un nuovo spazio-tempo. L’artista afferra quei gesti servendosi del mezzo fotografico, seguendo con la tecnica del passo uno la fluidità delle forme. Fotografare il movimento permette di trovare pose altrimenti impossibili da costruire, di rappresentare la fugacità dei profili che si creano e si distruggono nella tensione di nervi e muscoli. Lo studio è sullo spostamento e sull’uomo, nel suo interagire con l’altro e con il sè. Il gioco è quello dell’ombra e della luce che rivelano universali fusioni di anima e corpo seguendo gli equilibri e le sospensioni create dai due danzatori. Gli scatti fotografici sono poi rimontati dall’artista in un video, di suggestione e ispirazione dada. Da questo nuovo filtro nascono quindi le tele, in cui la pittura, decisa, appare a restituire materia, a mettere accenti e a far vibrare le accelerazioni e gli arresti ormai interiorizzati dall’artista.

Dritti in piedi, ma fatti per cadere e rotolare su sé stessi al primo strike. Metafora della condizione umana, i birilli fotografati e toccati dal pennello di Francesco Bancheri sembrano ritratti stralunati, gruppi di solitari esseri che ci guardano silenziosi. Tutti accumunati dallo stesso destino di caduta e riordino, sconfitta e risalita. Due segni neri soltanto e i birilli assumono un volto, un’espressione ben precisa, attonita o smarrita, malinconica o sorniona. Qui il movimento del corpo non esiste più e si indaga l’uomo senza bisogno di fattezze umane. Niente braccia, gambe, mani…ma un’unica forma monca di appendici, per arrivare alla sintesi di forma ed espressione.

 

Exhibition etc.

2018 – Artistic residence – Atelier 3 Macroasilo – Macro Museo di Arte Contemporanea – Roma
2018
– Group exposition- installazione artistica “Sagome 547” curated by Horti Lamiani Associazione Culturale- Basilica di San Lorenzo – Roma
2018 – Group exposition – “Empatia” curated by Marialaura Perilli– Galleria Triphè – Roma
2017 – Solo show – POP RELIQUIA – Spazio Curva Pura – Roma
2017 –  Artistic residence and Work in a museum collection – BoCs Art Museum curated by Alberto Dambruoso – Cosenza
2017  – Group exposition – Vento Dal Mediterraneo, Artisti Sciroccati VOL IIII – galleria Kunsthausrot– Berna SWI
2017 – Group performance – Face to Face curated by Giorgio de Finis – ex carcere mandamentale di Montefiascone (VT)
2017 – Group exposition – Bat-Gallery / Studio Milani – Roma Art Week 2017 – Roma
2017 – Group exposition – Urban RE/Action Figure curated by di Acronimo – Macro Factory Roma
2017 – Solo show – RI/CIRCO/LI curated by Marialaura Perilli – galleria Triphè – Roma
2016 – Group exposition – De Flora Et Fauna curated by Stella Tasca– palazzo Orsini – Bomarzo (VT)
2016 – Group exposition – Fantastic Metropolitan Creatures curated by Luisa Catucci – Gallery Cell 63 – Berlino GER
2016 – Site Specific  hangar del MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz di Roma
2016 – Artistic residence – Mezzagalera curated by Giorgio de Finis – ex carcere mandamentale – Montefiascone (VT)
2016 – Solo show – Panem et Circenses curated Giorgio de Finis– Palazzo Chigi/Sala Orsini – Formello (RM)
2016 – Installation – T-Rex – Dif Museo diffuso di Formello curated by Giorgio de Finis (RM)
2015 – Solo show and t-shirts production featuring stylist Livia Risi – Animals – Atelier Livia Risi – Roma
2015 – Fair  – Affordable Art Fair – Galleria Fondaco -Amsterdam (NL)
2015 – Group exposition – Galleria Domenico Purificato – Roma
2015 – Group exposition –“INSIEME”– curated by Giorgio De Finis – Terme Culturali della Fondazione Pistoletto, Cittàdellarte – Biella (TO)
2014 – Group exposition – 7 vizi per 7 virtù –  al Margutta RistorArte – Roma
2014 – Site specific – MAAM ReBirthDay -museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz Roma
2014 – Group exposition – “MAAM_Il Museo sulla Luna” curated by Giorgio de Finis– Interno 14 – Roma
2014 – Solo show – “Lancio Spaziale” curated by Francesca Barbi Marinetti–  RistorArte Il Margutta – Roma
2014 – Site specific – “Elephant in the Room” – MAAM Roma
2013 – Group exposition – Women in rock: le signore della musica – Margutta RistorArte Roma
2013 – Solo show – “Ossa Partenze e Vergini” – curated by Flora Ricordy, Francesca Marino e Barbara Martusciello – Galleria Fondaco – Roma
2012 – Group exposition – “Contemporanea”- Studio L4C – Roma
2012 – Group expositions – “Play art” curated by Associazione Culturale Artedì – Galleria On The Moon – Roma
2012 – Fair – Affordable Art Fair – Galleria Fondaco – Macro la Pelanda – Roma
2012 – Fair – Affordable Art Fair – Galleria Fondacov- Studio Super Più – Milano
2011 – Group exposition- Galleria Fondaco – Roma
2011 – Group exposition – Contemporary –  Galleria Contemporanea – Roma
2011 – Solo show –“Uer is dolli” – Brancaleone – Roma
2011 – Group exposition- “Borderline”  curated by Melania Rossi – Provincia di Roma – Palazzo Valentini – Roma
2011 – Group exposition – La stanza di Marilyn  curated by Giorgia Calò – Chambres d’amis – Roma
2011 – Fair – Arezzo ArtExpo – Galleria Triphè – Arezzo
2010 – Group exposition – “Che palle!” curated by Giorgia Calò – Margutta Ristorarte – Roma
2010 – Group exposition – Warten Auf Sol Invictus curated by Luisa Catucci- Cell63 Gallery – Berlin (GER)
2009 – Intallation site specific- “STRIKE” – curated by Studio A’87  and Ass.ne Viaggiatori sulla Flaminia -Artsystemfest -Bowling/Spoleto – Spoleto (PG)
2009 – Solo show – RISING LOVE – Roma
2009 – Solo show – Making off #1 – curated by Melania Rossi – TESTACCIOLAB – Roma
2008 – Solo Show- Contaminazioni curated by Maria Laura Perilli–  Galleria Triphè – Cortona (AR)
2007 – Group exposition – IncontrArte 3  curated by Raffella Aresu- Brancaleone – Roma
2005 – Scenographer – “Concha Bonita” director by Alfredo Arias , translation by Vincenzo Cerami, music by Nicola Piovani – Italian tournèe
2005 – Scenographer – “Vincenzo Cerami legge L’ecclesiaste” –  Teather Ambra Jovinelli – Roma
2004 – Solo show – Plastic – foyeur Teatro Palladium – Roma
2004 – Scenographer – “lettere al metronomo” – director Vincenzo Cerami, music by Nicola Piovani – teather Ambra Jovinelli Roma
2004 – Group exposition – Strade dell’arte, artisti raccontano la periferia – con il patrocinio del comune di Roma- Istituto comprensivo statale Casetta Mattei– Roma

Publication

 

Face 2 Face
Giorgio de Finis
Bordeaux edizioni
2017

Mezza Galera. Artisti in resilienza
Giorgio de Finis
Bordeaux Edizioni
2016

 

 

 

Catalogo del Dif
curated by Giorgio de Finis
Inside Art Autori
2017

Forza tutt*
Giorgio de Finis
Bordeaux Edizioni
2015

Maam
Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia
di Giorgio de Finis
Bordeaux edizioni
2017